Clerico capitalista

Pubblicato: 16 March 2009, 12:28 pm Add comments

A me sta venendo un dubbio atroce: ma non è che a forza di vedere liberisti e capitalisti “combattere fianco a fianco” si sia finito per confonderli e pensare che uno o l’altro siano la stessa cosa?
Perché una parte dei liberali-liberisti ultimamente sembrano essere soggetti ad una non ben precisata sindrome pannelliana autodistruttiva fondata sul relativismo (almeno per quanto riguarda le questioni etiche).

A prima vista anche il capitalismo lo si potrebbe pensare basato su una sorta di “relativismo”, dove ognuno è autore del proprio destino. In realtà, però, il capitalismo si fonda su un valore assoluto che è quello del denaro e le regole non è che non ci siano, ma semplicemente derivano tutte da questo valore assoluto che è ben scolpito nella mente di ogni capitalista. Altrimenti non parleremmo di capitalisti, ma di missionari.

Io ho come l’impressione che a fronte di uno Stato invadente, capitalisti e liberisti abbiano fatto giustamente fronte comune contro la proliferazione del primo.
Ma che, mentre il capitalismo esaurisca la sua missione nell’affermazione del suo valore assoluto, cioé il denaro, un certo tipo di liberismo, quello fondato sul “relativismo assoluto”, usi la “vittoria ideologica” nei confronti del socialismo in campo economico per far valere il suo “metodo” anche in altri campi. Ma il “metodo” capitalista (un solo valore assoluto) e quello liberista (tanti valori relativi) non siano affatto conciliabili. Possono sì andare a braccetto in uno Stato come l’Italia dove c’è un’overdose di regolamenti, ma ad un capitalista non verrebbe mai in mente di lavorare per diventare povero o far fallire la propria azienda.

Eppoi sto notando come decenni fa i liberisti/capitalisti venivano tacciati di essere i cattivi della storia, quelli che pensavano solo al denaro.
Oggi, viceversa, in campo etico, i liberisti/libertari alla Pannella non fanno che usare gli stessi metodi in voga nell’Unione Sovietica accusando tutti gli altri di essere “cattivi”, di voler vedere soffrire i bambini e gli anziani, di voler imporre valori assoluti etc etc.
Insomma per quanto paradossale, un liberismo fondato solo su valori relativi e non su alcuni valori assoluti (come la libertà, il denaro e la vita), a me ricorda il socialismo.

Insomma, sintetizzando, io voglio essere due volte cattivo e stronzo: una volta in campo economico, l’altra in campo etico. SArò forse un clerico capitalista?

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8 Responses to “Clerico capitalista”

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  1. Gravatar
    Cachorro Quente Says:
    1

    Cavolo non so nemmeno da dove cominciare a risponderti… rischia di venirmi fuori un lenzuolo. Su relativismo e assolutismo si finisce sempre a parlare “de tutto e de niente” (per citare, a proposito, il Cardinale Pissarro di Guzzanti).

    Che tocchi difendere il liberismo a me che vado fisso ogni anno alla sagra dei comunisti (della minoranza slovena, peraltro, quindi cattivissimi per definizione) per il 1 maggio mi fa ridere, ma comunque: chi lo dice che in un sistema capitalista il “valore assoluto” è il denaro?
    Al massimo l’obiezione socialista è che in un modello fondato sulla libertà di iniziativa e sulla negazione dei diritti positivi si mercifichino tutti i valori in maniera “inumana” (alienazione, sfruttamento, ecc.).

    Il problema dei “valori assoluti” è quello, fondamentalmente, del giusnaturalismo. Anche questa è una parola e come tale un contenitore piuttosto flessibile dei contenuti più svariati; cambia se rivendico semplicemente il diritto alla vita e alla libertà o se arrivo a definire la famiglia nucleare convenzionale come statuto naturale indiscutibile.

    Ciò detto, il liberismo economico non può essere scisso dal liberalismo morale senza perdere di coerenza (e d’altra parte la coerenza, se mi permetti, non abbonda nel campo di voi “clerico-capitalisti” che volete smuovere le istituzioni per salvare Eluana ma fate il tifo mentre bombardano Gaza o Fallujah). O meglio: il liberismo economico ha due fondamenti
    1) il principio che una persona non possa essere costretta ad agire contro la sua volontà, se non arreca danni ad altri (=liberalismo); nella socialdemocrazia invece tramite le tasse vengono imposti a tutti dei valori etici (solidarietà ecc.)
    2) la teoria economica per cui il regime di libero mercato è il più razionale e garantisce il maggiore benessere

    Quindi un “clerico-capitalista” potrebbe dire: non condivido il punto 1), ma rimango un liberista (questo è un termine che ha una connotazione economica più che etico-politica, io la contrapposizione la fare piuttosto tra capitalismo e liberalismo) perchè è un modello che funziona meglio. E’ una posizione legittima; è anche il tipo di pensiero che ha portato il fascismo in Italia, ma rimane una posizione legittima.

    Però è una visione RELATIVISTA. E qua casca l’asino, ovvero la fondamentale incoerenza della tua argomentazione. Tu vuoi un sistema capitalista che si basi su valori assoluti. Ma come puoi considerare un valore assoluto la libertà, e poi non sposare il liberalismo etico?!? Il problema (e qui si torna a quanto dicevo all’inizio) che per “relativismo” ormai si intende una visione secolare, non religiosa dell’etica, ma questo è un grave equivoco!
    I radicali (al di là della cronica incoerenza legata a svolte politiche repentine) non sono assolutamente relativisti, in nessun campo: nè etico (principio assoluto di libertà), nè di politica estera (favore per l’esportazione della democrazia, critica ai regimi autocratici cinese e russo: praticamente neo-con). La Chiesa è invece, ogni volta che le fa comodo, totalmente relativista. Ma sul clerico-relativismo mi riservo di tornarci.
    Come temevo, ho scritto un papiro interminabile.

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    kagliostro Says:
    2

    Cachorro, partiamo dal fatto che il mio post “non è scritto benissimo”. Servirebbe Astrolabio visto che lui è più pratico: io ho poche letture “liberiste” sulle spalle quindi più di tanto non mi posso addentrare nella materia.
    A fronte di questo dunque, trovo un “errore” nella tua esposizione che mi fa pensare di essermi spiegato male: il problema non è il clerico-capitalista che “vuol rimanere liberista”. E’ il liberista che vuol rimanere capitalista.

    In sostanza: un liberista è un vero capitalista oppure noi diciamo che sono la stessa cosa solo perché concordano su tante cose, ma in realtà il liberista è solo un socialista “al contrario”?
    A differenza del socialista che non ha limiti verso “l’alto” (proibirebbe e regolerebbe tutto), il liberista non ha limiti verso il “basso” (tant’è che molte volte nemmeno loro sanno se sono anarchici oppure no).
    Invece il capitalista un LIMITE ben preciso ce l’ha, altroch se ce l’ha: ed è il fare soldi, ovvero un UNICO VALORE ASSOLUTO da cui nasce il tutto.

    Spero di essermi espresso un pochino meglio :?: :?: :?:

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    kagliostro Says:
    3

    PS: mo’ se becco Astro su MSN gli dico di passare :wink: :wink:

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    lm Says:
    4

    ma che te possino ingrassà…non ho capito niente.

    l”unico contributo, per il momento, che posso dare per l’onore del blog è che in ogni categoria c’è un pezzetto delle altre. Non solo non possiamo tagliare le cose come si fa per il salame, un taglio netto e…zac, due pezzi uno da una parte e l’altro dall’altra parte.

    Ma c’è una’altra cosa: nella storia e nella cultura italiana tutto è addolcito, smussato, flessibile; siamo un melting pot di tutte le teorie e gli ideologismi che negli altri paese hanno una consistenza più netta, e forse cruda. Quindi, quello che a te fa meraviglia è una cosa normale: liberale-liberista-capitalista-socialista-fascista-clericale-anticlericale e così via.

    In questa situazione, siamo principalmente anarchici. ma non è mica soltanto un difetto.

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    corrado Says:
    5

    Io vorrei solamente aggiungere una considerazione al commento di Cachorro (che poi è anche una critica al post): non solo, come dice lui, i radicali non sono relativisti, ma il loro liberalismo è in particolare di uno stampo, quello positivista (più che illuminista), che è proprio quello che ha meno a che fare con valori “relativi”.

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    kagliostro Says:
    6

    @Lucià: eh, ma lo sapevo che ‘sto post non era scritto benissimo. E’ vero che in ogni cosa c’è un pezzetto delle altre. Tant’è che liberismo e capitalismo vanno a braccetto. Però passatemi questo paragone: ci sono situazioni in cui posso usare il coltello o il bisturi ottenendo gli stessi risultati. Ed altre in cui se usassi il coltello farei danni. Vale più il valore assoluto del denaro o quello della libertà di impresa?

    E qui arrivo anche a Corrado: d’accordo, i radicali sono quello che sono. Però ultimamente anche sul versante non-radicale ci sono posizioni (legittime per carità) “antieconomiche” (mettendo quasi sullo stesso piano il vivere e il morire).
    Perché? perché si ritorna sempre a quella “libertà di autodeterminazione” che un vero limite “inferiore” non ce l’ha. TRanne il limite di se stessa, la libertà come fine (non nel senso di morte) e non come mezzo.
    Soprattutto se gli togli il discriminante della vita, a quel punto, diventa tutto relativo tranne la libertà stessa. E’ come se stessi autorizzando l’autodistruzione (cioé una posizione “antieconomica”).

    Per quanto riguarda il fatto che i radicali sfocino nell’assolutismo questo pure è vero. Però le premesse sono “relativiste”. Quindi dov’è ad es. la differenza tra la libertà di autodeterminazione di un radicale e quella di un liberista?
    Perché a me sembra che sui temi etici, quelli su cui bisogna usare il bisturi e non il coltello, io di differenze ne ho viste pochine.
    Non che bisogna per forza differenziarsi: magari avranno ragione i radicali a dire quello che dicono.
    Però se torniamo a 200 commenti fa e ti domando perché non è possibile vendere i propri organi o pagare un riscatto, tu giustamente mi dici che non si può, ma io non capisco perché il valore assoluto della libertà valga nel caso Englaro e non in questi.

    Minchia che discussione cervellotica :grin: :grin:

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    corrado Says:
    7

    E’ cervellotico perchè mette nella mischia coordinate che sono miseramente giornalistiche. Il discorso su valori assoluti o relativi è anch’esso, a sua volta, relativo, nel senso che anche i più rigidi assertori di valori assoluti adottano un certo grado di relativismo nel loro vivere e corrono il rischio di finire nel loop della domanda “dove porre l’asticella dei miei valori assoluti?”, e anche il relativista più estremo non potrà che professare il proprio scetticismo solamente nel chiuso del proprio stanzino. Questo conflitto assoluto-relativo, inoltre, si basa su un concetto di valore concepito come fissamente normativo; valori che invece siano più semplicemente regolativi, portatori di tendenze che debbano far di conto con altri fattori dell’esistenza nonchè del riconoscimento dell’altro, dei suoi comportamenti e delle sue personali opinioni, fanno sgretolare le fondamenta della diatriba (e creano quelle della società liberale moderna).

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    Cachorro Quente Says:
    8

    Prendiamo in considerazione il valore assoluto della vita, che tu vorresti abbracciato dal fronte “capitalista”.

    Cosa significa fare della vita un valore assoluto?
    Quali sono le conseguenze sui temi etici? Quali in politica estera (è accettabile, mi chiedo, una qualsiasi iniziativa aggressiva)?

    Cos’è il relativismo?
    Una tendenza culturale che, a voler fare discorsi un po’ scolastici, nasce in Grecia probabilmente con il contatto con altre importanti culture dell’epoca (persiani ed egizi soprattutto). Da quello che mi ricordo, in filosofia è rappresentata dal sofista Protagora (che era anche utilitarista), in storiografia invece da Erodoto che scrive delle belle pagine confrontandosi con le diversità culturali degli altri popoli e “relativizzando” l’importanza della Grecia (ad esempio si rende conto che gli egiziani sono una civiltà molto più antica).

    Oppure possiamo definire relativismo tutti gli avanzamenti culturali che hanno “scentrato” la visione antropocentrica: Copernico, Galilei, Darwin, Freud (che scardina il concetto di “Io”) e compagnia cantante.

    Più recentemente, il relativismo è quello di Foucalt, Canguilhem, gente del genere, che contesta l’idea positivista di progresso; proprio a voler semplificare brutalmente questo si associa alla cultura della contestazione degli anni ’60, con la critica all’eurocentrismo, il terzomondismo…
    In maniera piuttosto surreale, Ratzy (non commento la sua ultima uscita in Camerun perchè se no probabilmente mi banni) si lancia contro quest’ultimo tipo di “relativismo”, ma in realtà il primo relativista è proprio lui in quanto irrazionalista (checchè ne dica), anti-positivista e anti-scientista.

    Capisci che già per fare questa raffazzonata e probabilmente sballatissima carrellata tirata su con conoscenze appena più che scolastiche ci ho messo un milione di righe, figuriamoci che senso può avere la definizione di “relativismo” utilizzata come dice Corrado in maniera “miseramente giornalistica”.

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